Evento 6 Febbraio 2024 Carlo Sini

Realtà/finzione: dal mito della caverna al metaverso.

Nel 2020 con il progetto AUThomo UrbanaMente poneva la domanda di quale poteva essere il Progetto umano per il nuovo millennio. Di quel Progetto umano siamo ora integralmente parte in causa: vogliamo essere soggetti passivi o attivi? Preferiamo vivere di ombre riflesse o uscire allo scoperto e stare nella luce degli eventi?

L’IA si presenta come il luogo ambiguo dell’umano e della sua verità. Se tre anni fa parlare di Intelligenza Artificiale sembrava per molti una chimera, ora che siamo nel pieno della sua concreta realizzazione, abbiamo il dovere di intendere i problemi che l’IA pone. Sono temi sensibili non prorogabili: esigono risposte tecniche, etiche, politiche. Non possiamo lasciar fare, come il Novecento ha fatto, assecondando politiche insensate i cui effetti ricadono sulla nostra vita, sull’ambiente, sull’economia, sulla salute, sull’uomo. Il nostro futuro dipende da queste scelte.

A Carlo Sini abbiamo chiesto una riflessione a partire da queste domande:

  • Chi sono io? Come posso essere certo del mio io reale in mezzo a tanti io artificiali?
  • Quale mondo vedono realmente i miei occhi? Come distinguere ciò che realmente mi accade da ciò che immagino mi accada?
  • Quanto il mondo reale è condizionato dal mondo virtuale? Quanto di ciò che faccio nel mondo virtuale ha conseguenze nel mondo reale?
  • In un mondo ormai preda dei social come tenere insieme la libertà personale e l’esigenza di una società pacifica, democratica, umana? Come difendermi da forze potenti e difficilmente governabili che hanno bisogno di me, come strumento per la loro sopravvivenza, determinando la condizione della mia esistenza?
  • La questione etica della responsabilità, in un tempo in cui domina la delega di ogni responsabilità perché decidere è scegliere e scegliere è talvolta rinunciare a una sfera di confort…
  • L’accelerazione del progresso tecnologico sembra/è inarrestabile, ma la misura dell’umano sono piuttosto la lentezza, la pigrizia, la dipendenza, la conservazione di sé… Di che cosa ho bisogno per non “cedere” il controllo di me stesso, per non incorrere nel rischio di una disumanizzazione, intesa anche come perdita del senso?
  • La rivoluzione tecnologica ci trova impreparati ad affrontare le possibili e le imprevedibili conseguenze aperte dallo sviluppo a cascata di un fare umano guidato da desiderio infinito e mania di potenza. Non credo che la soluzione sia spegnere i motori. Come immagina si possa guidare e orientare lo sviluppo dell’AI?
  • Come essere e diventare pienamente umani?
  • L’elenco delle domande non si chiude qui…

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Filosofo di massimo rilievo nel dibattito italiano e internazionale, autore di oltre cinquanta volumi tradotti in varie lingue, ha svolto il suo magistero all’Università degli Studi di Milano, dove ha insegnato Filosofia Teoretica fino al 2009. La sua attività di ricerca è approdata a una riflessione di natura transdisciplinare sui fondamenti dell’enciclopedia dei saperi occidentali, che lo impegna ancora oggi in un fertile dialogo con le scienze naturali, le scienze sociali e le discipline artistiche.

 

Per approfondire
https://archiviocarlosini.it/

Il pensiero delle pratiche (Milano 2014);
Reale, più-che-reale, virtuale (Milano 2014);
Figure di verità (Milano 2014);
Lo specchio di Dioniso. Quando un corpo può dirsi umano? (con C.A. Redi, Milano 2018).

Venere degli stracci. L’immagine delle Venere inserita nella locandina, opera di Michelangelo Pistoletto (1967 e più volte ricreata con diversi significati), esprime la condizione dell’umano schiacciato dalla complessità del tempo, rappresentato da un mucchio di mille colori. La Venere affonda il suo volto nell’ammasso di stoffe colorate: la vicinanza rende impossibile una visione chiara e complessiva della massa informe di stracci, che infatti incombe sulla Venere così come le trasformazioni del nostro tempo minacciano e opprimono il nostro essere umani.

La mancanza di una distanza dagli stracci, dagli eventi e dalle trasformazioni in corso, non consente una obiettiva visione delle cose.
L’immagine immacolata bianca di una Venere neoclassica, ideata da Pistoletto, dà le spalle al pubblico, volgendosi verso un cumulo di stracci che quasi la contiene fino alla testa, incombendo come una montagna, un ammasso di detriti, un invalicabile, variopinto, caotico muro di scorie non più umane. Un elogio richiamo del classico, del bello ideale, dell’equilibrio apollineo, del logos e dell’armonia; ma anche una rappresentazione dell’istinto, della miseria, del decadimento, dell’imperfezione, della fragilità. E ancora l’immagine della storia, del mito e della memoria, strumenti per rifondare e nobilitare il reale, fin nei suoi aspetti più crudi, contingenti, effimeri, degradati, banali. Contraddizioni che si ritrovano sia nell’essere umano, sia nella condizione del nostro tempo.
Per approfondire:
https://www.artribune.com/attualita/2023/07/venere-stracci-pistoletto-fiamme-fragilita/

Pistoletto: «La Venere degli Stracci bruciata dice che la vita è sempre in mezzo alla vita degli altri»
L’artista commenta l’incendio che all’alba, a Napoli, ha distrutto la sua opera. «D’altronde era un’opera pensata come “indifesa”. Alla base c’era quella fiducia negli altri che ciascuno di noi ha quando esce per strada, quando mettiamo la nostra vita in mezzo alla vita degli altri. Se i napoletani mi aiutano, si può rifare», dice Michelangelo Pistoletto.